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I piedi d’argilla del drago
Dal 1978 al 2007, la Cina ha visto crescere la sua economia di ben nove volte, divenendo nel mondo il primo Paese nell’esportazione di beni, il secondo nell’importazione di petrolio ed entrando a pieno titolo nel gotha delle super potenze. Questo quadro è però solo apparentemente trionfale, poiché è realizzato da uno Stato che sembra non voler rispettare le regole minime che quasi tutti gli altri Paesi del mondo si sono date. La Cina rimane infatti un paese privo di libertà, senza rispetto per i diritti umani, per l’ambiente, per i diritti dell’infanzia, per i diritti dei lavoratori. E la lista potrebbe proseguire molto a lungo.
Crediamo, anche confortati dal saggio di Will Hutton di cui parafrasiamo il titolo , che questo immenso Stato sia minato alle fondamenta e che presto i suoi dirigenti si troveranno ad affrontare le contraddizioni che da anni nascondono. Ne prendiamo brevemente in esame alcune.
1. Politica chiusa ed economia aperta. Un primo, grande problema che i dirigenti cinesi devono affrontare è quello di comprendere fino a che punto possono spingere il disinvolto “doppio binario” intrapreso nel “dopo Mao” fra economia liberalizzata ed istituzioni totalitarie.
Questo difficile compromesso ha già fatto sorgere contraddizioni macroscopiche, in gran parte derivate dall’invito ad arricchirsi che Deng Xiao Ping ha rivolto alla popolazione a partire dagli anni ’80, per imprimere all’economia un cambio di rotta verso il “socialismo di mercato”. Questo invito ha significato in primo luogo la fine della “lotta di classe” e, con essa, del principale argomento con cui un establishment comunista può giustificare la mancanza di una libera competizione elettorale. Infatti, la presa d’atto dell’esistenza di “classi” disomogenee tra la popolazione non può non comportare il riconoscimento, da parte dell’apparato, di differenti interessi politico-economici e consentire dunque una diversificata rappresentanza elettorale.
In secondo luogo, si è poi determinato un abnorme livello di disuguaglianza sociale, difficilmente conciliabile con la retorica egualitaria propugnata per decenni dal Partito Comunista Cinese.
2. Ristagno dei consumi. In questa ambigua condizione i dirigenti del Pcc possono legittimare il loro potere attraverso le realizzazioni economiche compiute. Tuttavia, anche queste sembrano vicine a una battuta d’arresto, a causa della saturazione dei mercati occidentali riguardo i prodotti “Made in China”.
Il mantenimento dell’attuale livello di crescita produttiva dovrebbe quindi passare per un aumento dei consumi interni cinesi, non compatibile, secondo molti osservatori, con una così grave situazione di mancanza di libertà democratiche e con lo scarso potere d’acquisto della gran parte della popolazione.
3. Inflazione e aumento dei prezzi. Le cifre ufficiali sull’inflazione in Cina presentano un tasso di circa il 6,5% annuo, dando un quadro completamente fuorviante. Dette cifre, infatti, non evidenziano il fatto che solo i prezzi dei generi da esportazione, nel 2007, si sono mantenuti in un ambito inflattivo ridottissimo (circa l’1%), mentre i prezzi dei generi alimentari sono letteralmente esplosi: aumenti del 45,6% per la carne, del 30,1% per l’olio da cucina e del 18,7% per i vegetali, sono solo alcuni dei dati che rendono sempre più precaria la vita del popolo cinese.
Se pensiamo al fatto che a metà degli anni ’80 furono proprio i processi inflattivi, generati dalla liberalizzazione dei prezzi, a costituire una delle micce per i fatti del 1989 a Piazza Tienanmen, possiamo comprendere quanto questo sia un ambito molto delicato che le autorità cinesi devono (se ne sono in grado) affrontare al più presto.
4. Sperequazione tra aree urbane e rurali. Le cifre record sull’aumento del Pil negli ultimi anni, non danno ragione del fatto che esso è avvenuto in ambiti economici di cui non hanno beneficiato i lavoratori non specializzati e con scarsa istruzione, costituenti la maggioranza della popolazione.
La politica degli investimenti pubblici cinesi negli ultimi trent’anni si è orientata quasi esclusivamente sui settori industriali, lasciando le campagne nell’arretratezza. Ciò ha oggi condotto ad un enorme divario fra i redditi dei centri urbani e quelli rurali e ad un continuo esodo di persone in cerca di lavoro dalle campagne verso le città: anche in queste ultime, tuttavia, il tasso di disoccupazione è stimato fra il 10 e il 15% e ciò contribuisce ad aumentare le tensioni sociali.
5. Corruzione. Il fenomeno della corruzione dei funzionari del Pcc costituisce una vera e propria vergogna nazionale in Cina. Le cifre parlano di un uso illecito di denaro pubblico che si aggira introno al 4% del Prodotto interno lordo e al 10% delle spese governative. Il livello degli arresti per frode e malversazione di alte personalità della politica e dell’economia cinese è tale che, per dirla con Hutton , è come se nel contesto inglese o americano venissero arrestati in cinque anni i sindaci di Londra e New York, i presidenti delle due Camere britanniche, l’amministratore delegato di Citibanck e i governatori della Federal Riserve e della Bank of England.
Alle attuali condizioni, il Partito non ha alcuna volontà di controllare e punire se stesso e, nonostante la grande mole di arresti, molti giudici hanno confessato che le loro sentenze devono ubbidire alle direttive del Pcc piuttosto che alla giustizia.
6. Problematiche del credito bancario. Il sistema bancario in Cina è stato per molti anni il vero motore del boom economico, poiché ha incanalato la gran parte del risparmio disponibile verso un livello di investimento fra il 35% e il 49% del Pil.
Questo flusso di credito concesso dalle banche di Stato non ha però rispettato i noti principi bancari sulle garanzie di solvibilità dell’azienda richiedente il prestito e sulle prove di redditività che essa deve fornire. Al contrario, ha invece svolto un ruolo di vero e proprio ammortizzatore sociale, fornendo prestiti ad aziende di Stato improduttive, per un flusso di credito che ammonta a circa 2.000 miliardi di dollari.
La Banca Mondiale prevede che basterebbe un lieve aumento del tasso di interesse o una lieve flessione delle vendite di queste aziende debitrici per rendere inesigibile 1.200 miliardi di dollari e portare al collasso l’intero sistema bancario.
7. Fragilità economica. Il boom economico cinese non si è basato, come quello giapponese degli anni ’70 e ’80, su un’iniziale imitazione del modello occidentale poi sfociata nella nascita di grandi imprese nazionali.
Nell’elenco delle prime duecento marche mondiali, redatto dal Wto, non ne risulta infatti nessuna cinese. Questo dato, insieme a quello che vede solo l’1,3% del Pil investito in ricerca e sviluppo e a quello di un incredibile 8% del Pil generato dalla vendita di prodotti contraffatti, indica che l’unica forma di innovazione di cui sembra capace questo immenso Paese sia quello della riduzione dei costi di produzione.
Ma questo tipo di “innovazione” si basa sul lavoro minorile, su beni costruiti con materiali sempre più scadenti o nocivi, sul mancato rispetto dei diritti minimi dei lavoratori, sulla contraffazione ecc.
Dietro i successi economici derivanti dall’esportazione di beni, la struttura produttiva cinese tradisce una debolezza endemica. A partire dalle grandi aziende di Stato, costituite per assicurare la ben nota “ciotola di riso” dalla “culla alla bara”, ridotte oramai a carrozzoni improduttivi e inefficienti; passando per il numero spropositato di piccole imprese che vivono un’esistenza brevissima, misurata dal tempo massimo nel quale i loro manager riescono ad eludere i controlli fiscali; per concludere con l’estrema frammentazione della produzione e del commercio interno, ostacolato dai dazi imposti dalle diverse province, spesso superiori a quelli esistenti fra Stati nazionali. Quanto può ancora proliferare un’economia fondata su queste premesse?
8. Tirannia del Partito Comunista. Il Pcc può essere considerato un vero e proprio strumento di oppressione della società civile; i suoi membri formano un’oligarchia che usa l’economia per mantenere un potere politico, a sua volta utilizzato per accrescere il proprio tornaconto economico. E mentre gli iscritti al partito ottengono vantaggi e privilegi di ogni tipo, oltre 300 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e almeno 600 milioni di contadini non dispongono di alcuna pensione o struttura sanitaria, mentre sono costretti a vivere con salari da tre a dieci volte inferiori a quelli delle città;
Tutto ciò sta determinando un livello crescente di malcontento che, secondo le stesse cifre fornite dal Ministero della pubblica sicurezza, ha fatto estendere il numero delle proteste di massa da 10.000 nel 1994 a ben 87.000 nel 2005. Ogni giorno il Paese registra fra le 120 e le 230 proteste , in prevalenza nelle zone rurali, dove avvengono espropri di terre a favore di capi villaggi e segretari del Partito che speculano rivendendole a imprese edilizie o industriali.
9. Questione ambientale. Il problema ecologico è abnorme. Il ritmo della desertificazione si è raddoppiato in 20 anni in un Paese in cui già il 25% del territorio era desertico.
Il solo inquinamento dell’aria uccide 400.000 persone l’anno.
Tragico è inoltre il problema dell’acqua: un quinto delle 660 città cinesi soffre di estrema scarsità d’acqua e addirittura il 90% ha problemi di inquinamento idrico; il 53% delle principali riserve di acqua inadatta al consumo umano. Il risultato è che cinquecento milioni di cinesi che vivono nelle campagne non hanno accesso ad acqua potabile.
10. Ripercussioni internazionali. La comunità internazionale è influenzata sotto molteplici aspetti dall’exploit produttivo cinese che, solo per fare alcuni esempi, ha determinato:
- un aumento della disoccupazione mondiale scaturito dall’imbattibile costo del lavoro sostenuto in Cina, che ha portato molte aziende occidentali a spostare ivi la propria produzione;
- pericoli per la salute pubblica causati dalla tossicità comprovata di quasi tutte le merci prodotte in Cina senza alcun rispetto degli standard qualitativi;
- un aumento dei prezzi delle materie prime e del petrolio, dovuto all’incremento della domanda globale e favorito dalla crescita cinese.
Per questi e altri motivi, le potenze occidentali vedono nella Cina un partner scomodo con cui è estremamente complesso affrontare tematiche socio-politiche non condivise, come l’accettazione dei principi della democrazia, della legalità e dei diritti umani, nell’ambito di una più corretta competizione economica globale.
Già da molte parti si stanno sollevando voci che vorrebbero porre dei limiti alle esportazioni di merci cinesi, i cui prezzi sono considerati frutto di una concorrenza sleale.
Se queste voci dovessero raccogliere maggiore consenso rispetto a quelle di chi accumula guadagni dalla delocalizzazione produttiva in Cina, cosa ne sarebbe del boom economico cinese e della posizione di forza che ne trae il suo potere autoritario?


